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Museo civico e dell’arte contadina, un successo per tutto il paese

L’ondata di affetto per l’inaugurazione del museo civico e dell’arte contadina è la dimostrazione di come il paese di Santa Sofia d’Epiro sappia essere foriero di belle iniziative.

Sabato l’ingresso in questa nuova struttura cittadina è stata apprezzata dai cittadini e da quanti sono arrivati dai territori limitrofi, un momento di coesione, sviluppo e fratellanza che – siamo certi – proseguirà nel corso del tempo.

Il museo sarà uno dei punti di forza, dedicati a Mario Giuseppe Miracco, di cui ne condividiamo ben volentieri anche la biografia.

Miracco Mario Giuseppe

Ha vissuto la maggior parte della sua vita a Santa Sofia D’Epiro, con la moglie Maria Marcelletti e i suoi figli.
Da giovane Consegue il diploma da cuoco e vince il Premio come miglior piatto della tradizione presentando NGANDART, tipico piatto della tradizione albanese di conservazione della carne di maiale.
Lavora presso l’hotel Meranda di Camigliatello Silano per molti anni e approfitta del concorso comunale per cuoco della mensa scolastica nel 1981 per tornare al suo paese natio e prendersi cura dei suoi cari e della famiglia.
Come molti parla e pensa in arbereshe, ragiona con la lingua del cuore che insegna ai suoi figli e alla moglie.
La sua passione per la cultura e la tradizione è innata,
La vive in prima persona e ne rappresenta la forma più pura e anche più autentica.
Da cuoco inizia le sue prime ricerche sulla cucina e sui prodotti tipici arbereshe, le materie prime e il legame con l’economia e l’agricoltura del suo paese.
A metà degli anni 90 inizia a interessarsi agli strumenti della tradizione, dalla vita quotidiana contadina e commerciale.
Insieme all’amico Guglielmo de Caro, inizia a collezionare piccoli oggetti donati dai contadini, per l’uso agricolo.
Grazie al lavoro estivo che lo portava a vistare le campagne come acquaiolo, passa molto tempo ad ascoltare i racconti delle persone più anziane e osservare come quel piccolo mondo racchiuso tra le colline era destinato a scomparire, soppiantato dalla modernità e dalla velocità.
La sua intuizione per poter preservare quel piccolo mondo, fu iniziare a raccogliere oggetti, cose tangibili da toccare e guardare e che raccontano di un mondo che fu, di vite semplici e genuine, del rapporto dell’uomo con la terra, con i cicli lunari e la natura.
La collezione crebbe sempre di più: da oggetti più piccoli come le forbici da ricamo e i ferri per le calze a quelli più grandi come carri e telai che amava particolarmente.
La sua collezione narra di una dedizione silenziosa, di un amore gentile per il proprio paese, la sua storia e la sua terra.
Ha classificato ogni oggetto per nome in lingua, nome, cognome e soprannome di chi lo ha donato o da chi lo ha acquistato.
Ha suddiviso gli oggetti per uso e destinazione delle stanze di una abitazione di un tempo: la cucina e il
focolare, la camera da letto, il corredo e il vestiario, il forno, la cantina con le sue botti e il tornio, il granaio, la bottega del ciabattino e così via.
Il suo lavoro espresso in questa donazione rappresenta memoria, storia e cultura.
Un pezzo importantissimo della lunga rapsodia albanese.